Dino Cofrancesco – Libertà, licenza, tradizione. In disaccordo con Marcello Veneziani

Scritto il 6 giugno 2014.

TienanmenMarcello Veneziani, sul «Giornale» di venerdì 6 giugno, nella sua rubrica quotidiana ‘Cucù’, esalta, con comprensibile commozione, «quel ragazzo che si offrì alla libertà», lo studente cinese divenuto simbolo della rivolta di Tienanmen.
Da buon tradizionalista, però, sembra non vedere vie intermedie tra la libertà come dignità e la libertà come licenza. «Ci siamo abituati a pensare alla libertà come valore assoluto e a riconoscerla nel diritto di fare tutto quel che vogliamo, perfino cambiar sesso, esibire i nostri gusti, fare i nostri comodi, liberarsi da limiti e confini, libero mercato e gl’individui liberi da ogni legame, fedeltà e ogni appartenenza». Sennonché, a suo avviso, «la libertà diventa valore quando offri te stesso per affermarla: lui “il ragazzo che si offrì alla libertà” che sfida i draghi non ci mette solo la faccia ma la vita, con tutta l’anima e il corpo».
L’ammirazione che ho sempre avuto per Veneziani non m’impedisce di rilevare che la sua breve, densa, nota, fa emergere tutta la problematicità di posizioni culturali ̶ espresse da una destra rispettabile c prive ormai del terreno su cui poggiare i piedi, di quel terreno che, una volta, era costituito dallo stato nazionale e dalla tradizione.
Venute meno quelle strutture fondative, che un tempo avevano attivato il patriottismo e un impegno etico-politico assorbente e totale, restano il sacrificio nobile, la testimonianza ‘gratuita’, l’esistenzialismo eroico alla Mishima. Ma è proprio vero che «la libertà diventa valore» solo quando siamo disposti a rischiare la vita per affermarla? Certo se il comportamento etico definisce la disponibilità al sacrificio in nome di una norma, non solo è un ‘valore’ il gesto del martire di Tienanmen ̶ che riscalda i cuori di tutti i nemici del totalitarismo ̶ ma lo è anche quello del giovane nazista Quex, ‘immortalato’ dal film di Hans Steinhoff (1933), che dà la vita per il suo Fuhrer. Anche il nazionalsocialismo aveva un’etica ̶ Mario Stoppino, in un geniale commento al film di Leni Riefenstahl, Il trionfo della volontà, parlava in proposito di un’etica del destino in senso proprio ̶ ma pensando ai campi di sterminio, preferiamo la vita dissoluta di don Juan Tenorio alla intransigente moralità del ‘boia di Praga’, Reinhard Heydrich (peraltro, un Gauleiter efficiente e scrupoloso).
In realtà, per Veneziani, lo studente cinese è degno di restare nella memoria del genere umano in quanto si è sacrificato non solo per un ‘ideale collettivo’ ̶ e non per un gesto solitario e disperato di ‘testimonianza’ ̶ ma per un ideale collettivo buono ̶ nel suo caso, la rivendicazione della libertà d’espressione, di coscienza, di associazione non riconosciuta dai despoti orientali di Pechino con le bandiere rosse. E allora tutto il suo discorso si traduce nella contrapposizione della ‘libertà degli antichi’ alla ‘libertà dei moderni’, riguardata, l’una, come ‘spirito di servizio’, fedeltà alle radici, alla polis ‘madre benigna e pia’, e l’altra come licenza sfrenata, rifiuto di ogni regola e di ogni autolimitazione sull’altare di Eros, di Priapo, di Plutone (il dio del denaro). Si tratta, però, nella ritrascrizione concettuale di Veneziani, di due ‘libertà’ che di comune non hanno soltanto il nome ma una caratteristica cruciale, almeno nell’ottica liberale da cui il ‘cucù’ intende tenersi lontano: sono entrambe libertà, per così dire, che si apprezzano o si rigettano per il loro ‘contenuto’. La ‘rivoluzione liberale’ ̶ non quella velleitaria di Piero Gobetti ma quella che matura, sia pure faticosamente, già nel corso del Seicento ̶ vede la ‘dignità’ dell’agire non nell’oggetto della scelta ma nella libertà di scelta ̶ i cristiani e gli umanisti parlano di libero arbitrio e di homo faber fortunae suae. Si può optare per una vita dissoluta o per un’esistenza al servizio di un ideale di emancipazione dei popoli: ciò che eleva sulle altre creature viventi quell’«Ercole al bivio» che tutti siamo, in ogni giorno del nostro passaggio su questa terra, è la possibilità di imboccare una via o quella opposta.
Con buona pace di Giuseppe Mazzini, dei democratici dell’Ottocento, e dei tradizionalisti di tutte le scuole di pensiero, la libertà non diventa ’positiva’ solo quando è opzione per il bene: se così fosse, solo i buoni avrebbero diritto di parlare, di organizzarsi, di votare. È l’ideale di tutte le chiese ̶ sia di quelle della trascendenza (custodi dei libri sacri e delle verità rivelate) sia di quelle dell’immanenza (le religioni ‘politiche’ intese a costruire il paradiso su questa terra) ̶ che considerano una falsa libertà, in un caso, quella che consente di affidare le redini del governo ad atei e a miscredenti, nell’altro, quella che permette a un partito borghese e reazionario, in virtù di una casuale maggioranza elettorale, di rimettere in discussione le conquiste del socialismo.
La libertà liberale non è quella di un giocatore particolare (in maglia bianca, rossa o azzurra) che tiene lontano dalla sala giochi un concorrente indegno (in maglia nera), ma è la libertà di chi vigila perché i giochi rimangano sempre aperti e tutti abbiano possibilità di puntare alla roulette. Ci saranno, certo, vincitori e perdenti ma premi e punizioni saranno il risultato di scelte che dipendono solo da noi. (Reale o illusoria che sia, questa è la libertà alla quale pensavano i profeti della ‘società aperta’). La libertà liberale ̶ non vorrei che le mie parole diventassero la riprova della sua origine prosaica, ‘mercantile’ e plebea ̶ è assimilabile alla moneta che vale più dei beni che con essa si possono acquistare giacché, fino a quando non viene ceduta ‘in cambio’ di qualcosa, possiede la qualità preziosa che la rende una ‘possibilità (di spesa) aperta’; e quando poi si converte in merce l’operazione viene valutata positivamente solo per la somma di nuove possibilità che essa assicura ̶ ovvero se ciò che si compra può, a sua volta, facilmente convertirsi in acquisizione di nuova e più copiosa moneta. La libertà liberale è una moneta, le libertà del tradizionalista, del democratico, del fascista, del collettivista sono ciò che se ne ottiene sicché, una volta che si sia raggiunto quanto si voleva, ogni ‘rimessa in discussione’ diventa un passo avanti che rischia di convertirsi in un passo indietro. La ‘società aperta’ è quella in cui il cittadino dispone ̶ ovviamente in diversa misura a seconda della nascita, del ceto, della professione ̶ di una moneta/libertà che può spendere come, dove, quando e quanto vuole (fermo restando il principio che ci sono compravendite illecite, ad es. quella di organi); la ‘società chiusa’ è quella in cui la moneta/libertà serve solo ad acquistare il tesserino che dà diritto alle prestazioni che giustificano ideologicamente un regime (dalle ‘gratificazioni simboliche’ del nazionalismo ai ‘diritti sociali’ del Welfare State).
Neppure a me piace la libertà come «diritto di fare tutto quel che vogliamo, perfino cambiar sesso, esibire i nostri gusti, fare i nostri comodi, liberarsi da limiti e confini, libero mercato e gl’individui liberi da ogni legame, fedeltà e ogni appartenenza», ma non posso ignorare che, nell’elenco di Veneziani, ci sono ‘licenze’ che aprono i giochi e liberano gli individui dalle catene della ‘comunità’ (Gemeinschaft), della tribù, della ‘società chiusa’. ‘Libero mercato’: e perché no? Perché dovrei essere costretto a comprare a prezzi di monopolio quanto altri produttori potrebbero offrirmi a prezzi più convenienti? Libertà «da ogni legame, fedeltà, appartenenza»: e perché no? Nelle stesse grandi religioni universali non c’è, almeno nel momento della fondazione, il ripudio dei vincoli ancestrali, la ‘buona novella’ che non ci sono più greci, romani, ebrei ma la grande ecclesia degli esseri viventi tutti figli dell’unico Dio? Le donne arabe, che non sono neppure libere di prendere la patente di guida, debbono guardarsi bene da una libertà che potrebbe degenerare in individualismo ‘nichilistico’?
Lo studente che ferma i carri armati di Tienanmen rivendicava ‘anche’ il diritto di ciascun individuo a «vivre sa vie», a seguire la propria vocazione, a scegliere il lavoro a lui più congeniale, a criticare liberamente quanti non glielo consentivano e lo obbligavano a pensare e a sentire secondo le prescrizioni del Grande Fratello. In altre parole, pensava ‘anche’ alla libertà dei moderni definita nel celeberrimo discorso di Benjamin Constant del 1819 come «Il diritto di ciascuno di non essere sottoposto che alle leggi, di non poter essere né arrestato, né detenuto, né messo a morte, né maltrattato in alcun modo a causa dell’arbitrio di uno o più individui. Il diritto di ciascuno di dire la sua opinione, di scegliere la sua industria e di esercitarla, di disporre della sua proprietà e anche di abusarne; di andare, di venire senza doverne ottenere il permesso e senza render conto delle proprie intenzioni e della propria condotta. Il diritto di ciascuno di riunirsi con altri individui sia per conferire sui propri interessi, sia per professare il culto che egli e i suoi associati preferiscono, sia semplicemente per occupare le sue giornate o le sue ore nel modo più conforme alle sue inclinazioni, alle sue fantasie. Il diritto, infine, di ciascuno di influire sulla amministrazione del governo sia nominando tutti o alcuni dei funzionari, sia mediante rimostranze, petizioni, richieste che l’autorità sia più o meno obbligata a prendere in considerazione».
Certo, e qui ha ragione l’allievo e fine esegeta di Augusto Del Noce, la libertà liberale non esaurisce ̶ con buona pace dei Simplìci di galileiana memoria, liberisti e libertari ̶ il catalogo dei valori (positivi e negativi) diffusi nell’universo umano. Autorità e libertà, tradizione e progresso, comunità e società ̶ come ho fatto rilevare in una analisi del bel libro di Veneziani, Dio, patria, famiglia, dopo il declino (ed. Mondadori 2012), scritta per il Liber Amicorum in onore di Domenico Coccopalmerio, di prossima uscita ̶ sono le architravi del vivere civile: nessuno stato, nessun impero ne ha potuto fare a meno ̶ e men che mai le potenze anglosassoni che hanno fatto della Ricchezza delle nazioni di Adam Smith, il loro secondo Vangelo. E tuttavia rispondere alla domanda «di quanta tradizione abbiamo bisogno? E di quanta libertà?» non è possibile. Siamo immersi in un’incertezza ontologica, che non ci lascia prevedere le conseguenze, assai spesso inintenzionali, delle nostre azioni. Di qui la possibilità e il rischio: di qui, soprattutto, l’irrinunciabilità della democrazia liberale che affida il ‘dosaggio’ di vecchio e di nuovo, di cui abbiamo sempre bisogno, alle urne, con la consapevolezza ̶ è forse superfluo sottolinearlo ̶ che non si è affatto garantiti dall’errore e dall’illusione che demagoghi e populisti possano dominare, col nostro voto, la scena politica, privandoci prima dei diritti politici poi di quelli civili, in nome, beninteso, dei ‘diritti sociali’.
Veneziani non può volgere in ‘licenza’ la libertà dei moderni giacché con non meno fondati motivi si potrebbe volgere in oppressione la libertà degli antichi. Mentre rende onore, con «animo perturbato e commosso», alla memoria dello studente cinese, simbolo della rivolta di Tienanmen, non può fare a meno di ricordare che la libertà alla quale aspirava il ‘ribelle’, nelle nostre stanche e corrotte società occidentali, è degenerata da tempo in rivolta contro la tradizione, la natura e la storia. Sarà anche vero ̶ e sarà anche una conseguenza spiacevole del ‘rompete le righe’ concesso dallo stato moderno ̶ ma chi si batte per la libertà liberale non si batte semplicemente per il diritto di andare a Milano o a Roma, ma per il diritto di decidere lui ̶ senza esserne obbligato dall’esterno ̶ se stabilirsi in una città o nell’altra. ‘Libertà vuota’ come pensavano congiuntamente Marx e de Maistre? Forse, ma è per quella ‘libertà vuota’ che, al di là di ogni retorica, hanno combattuto quanti a Budapest, a Praga, a Pechino hanno offerto la vita per fermare gli eserciti che, da due secoli, agli ordini dei signori del Cremlino o dei successori del Celeste Impero, hanno il compito di ristabilire «l’ordine a Varsavia» o a Lhasa.

Roma, 6 giugno 2014
dino@split.it

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