Dino Cofrancesco – Il liberalismo è contro lo Stato?

Pubblicato il 9 aprile 2014 su FATTORE ERRE.
venezia grandi navi 2Mesi fa, trovandomi a Venezia, vidi passare davanti al Palazzo Ducale un grattacielo galleggiante che sottraeva allo sguardo l’Isola di San Giorgio e la Chiesa della Salute. Mi vergognai profondamente di essere italiano e mi chiesi a quali mani fosse affidata la tutela del più importante patrimonio d’arte del pianeta. Ancora sotto choc, mi capitò di leggere, ai primi di novembre, l’articolo di un Dottor Stranamore del liberismo (da non confondere con il liberalismo economico, architrave della società aperta) che accusava Roma e il premier Letta di voler allontanare traghetti e navi da Venezia, di non nutrire alcuna «fiducia nel lavoro e nell’impresa» e anzi di «intralciare in tutti i modi ogni forma di attività imprenditoriale». Il decreto governativo inteso a ridurre fino al 20% il numero delle navi da crociera di stazza superiore alle 40.000 tonnellate abilitate a transitare per il Canale della Giudecca era, per l’articolista, il segno inequivocabile di «una cultura che tende a bloccare, regolare e intralciare tutto». Se questo è liberalismo, si comprende bene come abbia attecchito poco in Italia. Ma è poi, davvero, questo il liberalismo che avevano in mente i ‘profeti’ della ‘società aperta’? Una cultura non prevenuta nei confronti degli individui reali e dei loro desideri e bisogni dovrebbe inalberare il principio: «se qualcuno desidera un bene ed è disposto a pagare bisogna dare a qualcun altro la libertà di procurarglielo»? Ad esempio, se c’è gente disposta, per inconfessato sadismo, a spendere cifre astronomiche per assistere a uno spettacolo di gladiatori (pronti a sgozzarsi non per finta) si dovrebbe tutelare la libertà ‘imprenditoriale’ di quanti sono in grado di organizzare scuole per reziari e mirmilloni? L’ambigua sentenza del TAR del Veneto, che sospende il decreto Clini-Passera, con motivazioni ineccepibili su un piano formale, sembra oggi venire incontro alle ‘esigenze’ dei fondamentalisti del mercato, riconoscendo che ci sono ‘diritti tutti egualmente da tutelare’: i diritti di quanti non vogliono vedere ‘sfregiata’ la piazza d’acqua più bella del mondo e quelli dei commercianti e degli operator turistici che subirebbero un grosso danno se dai grattacieli Pirelli travestiti da navi da crociera non si potesse ammirare la Chiesa di San Marco e le Procuratie. Da noi Tartufo ha il dono dell’eterna giovinezza.

Uno che di liberalismo se ne intendeva, Luigi Einaudi, ammoniva che «come la democrazia può essere salvata dal precipizio collettivistico solo coll’erigere attorno ad essa baluardi che la limitino» così l’economia di mercato può arrecare benefici al genere umano solo se rinuncia «alla sua esclusiva dominazione». Il mercato economico e lo scambio politico sono fiumi che procurano benessere e libertà se a contenerli, a regolarli, a controllare la loro esuberanza vitale sono solide istituzioni statali chiuse alla logica del profitto come a quella dell’onnipotenza legislativa: ‘i limiti del potere’ valgono sia per la sfera pubblica, sia per quella privata, sia per i governanti, sia per i privati, produttori e i consumatori .
Recentemente un gigante del mare ha urtato la banchina della Stazione marittima, provocando, per fortuna pochi danni. Com’era prevedibile, la sinistra, e soprattutto la sinistra ecologista, ha protestato mettendo sotto accusa il consumismo turistico, la logica del mercato, gli interessi delle agenzie di viaggio e dei bottegai veneziani. Non si è sentita, però, alcuna voce ‘liberale’ di protesta, come se tutto ciò che limita la libertà d’azione degli interessi privati, in nome di quello pubblico, appartenesse a un bagaglio ideologico che non riguarda minimamente gli eredi (presunti) di Benjamin Constant e di Raymond Aron. Il fatto è che da tempo, nell’area che diffida dello statalismo in tutte le sue forme, si va radicando un pregiudizio antistatalista che per riprendere l’abusata metafora rischia di gettare, assieme all’acqua sporca del bagno (l’estensione e l’arbitrio della burocrazia) anche il bambino (il mercato e le sue regole). A questi ‘liberali immaginari’ va spiegato che i «fenomeni degenerativi della politica» non stanno sic et simpliciter nel ‘sistema’ che dà troppo potere allo Stato ma nel ‘sistema’ che dà troppo potere alla politica che mette le mani sullo Stato. C’è un abisso tra il collettivismo sovietico e l’IRI di Alberto Beneduce – che i miei amici economisti liberali, memori dell’apprezzamento di Luigi Einaudi, ammirano non poco (per loro, furono Prodi e il centro-sinistra a rovinare sia l’IRI che le finanze pubbliche…). E l’abisso sta nel fatto che l’economia stalinista era vampirizzata dalla politica (dal PCUS) mentre l’IRI (per esplicita volontà del duce) era sottratta ai fumosi progetti totalitari (mai realizzati e neppur tentati) intesi a sottoporre il settore privato al controllo totale di quello pubblico – un progetto che sarebbe culminato nella proposta, avanzata da Ugo Spirito, della ‘corporazione proprietaria’. Un discorso analogo vale per la Cassa per il Mezzogiorno che–come dimostra un prestigioso meridionalista di cultura liberale come Guido Pescosolido, l’erede di Rosario Romeo – svolse nell’Italia dell’immediato secondo dopoguerra un lavoro superbo di promozione sociale ed economica delle plebi meridionali.
Il liberale che ho in mente io (forse troppo condizionato dai classici dell’800) vuole uno Stato forte ma magro e atletico, capace di far valere l’interesse collettivo contro i gruppi di pressione di ogni tipo (dai sindacati ai veneziani imprenditori del settore turistico, amici di Mingardi, di Lottieri, di Stagnaro..). Oggi abbiamo, invece, uno Stato obeso (e appesantito oltre ogni misura tollerabile dagli apparati sorti a sostegno dei ‘diritti sociali’), incapace di far valere l’interesse pubblico e complice, de facto (e soprattutto per debolezza: più si è grassi meno si è in grado di muoversi e di controllare) dei più loschi corporativismi.
Non «meno Stato, più mercato» ma «meno politica, più mercato». Senza lo Stato il mercato va a ramengo, perde il quadro istituzionale di riferimento che ne fa un meccanismo al servizio del consumatore. (A questo proposito ci sono liberali anticollettivisti che si battono perché si indichi sui cibi il numero degli ingredienti e la loro provenienza? Non mi meraviglierei se gli Stranamore su ricordati avvertissero questo obbligo come una limitazione della libertà d’impresa…). Del nesso inscindibile tra istituzioni e mercato si era accorto assai bene, nel tardo Settecento, Edmund Burke, ma la ‘forza’ e la ‘maestà’ dello Stato, non dimentichiamolo, costituì la stella polare degli uomini della Destra Storica, da Quintino Sella a Silvio Spaventa–di quegli uomini di cui si legge in Uomo e cittadino (Gumlingen 1945) che «con tutti i loro difetti, essi meritano di restare nel ricordo del parlamento italiano come un sinedrio di patriarchi, un po’ quello che gli uomini di Solone restarono per gli Ateniesi del IV secolo o per Dante i cittadini di Fiorenza antica» (parole, forse, dettate da Luigi Einaudi, in esilio in Isvizzera). Forse è il caso di rileggersi, a questo proposito, i libri di uno degli storici più geniali del secondo Novecento, il sardo-pisano Giuseppe Are, i cui scritti impressionarono tanto Rosario Romeo, per la loro implacabile critica del dogmatismo liberista, in nome di un liberalismo più storicista, più realista, più….’crociano’ (senza offesa per nessuno).

Genova, 9 aprile 2014
dino@split.it

Scarica l’articolo in PDF: Dino Cofrancesco – Il liberalismo e lo Stato

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